JAPOW A.K.A. SEARCHING FOR THE BEST POWDER SNOW IN THE WORLD 

Le Alpi giapponesi e le leggende sulla famosa Japow, la powder giapponese, sono il sogno di ogni snowboarder.

Un po’ di anni fa Leonardo mi disse che una volta finita l’università dovevamo organizzarci per andare. Ok, non male come idea. Avevo tempo per aumentare la mia esperienza sulla neve fresca, sia come snowboarder che come conoscenze sulla sicurezza in montagna.

Ne sapevo davvero poco avendo passato tutti i miei anni sulla neve in snowpark e piste.

Prenotiamo il volo nel Novembre del 2019, dopo mesi di discorsi finiti un pò lì. Devo ammettere che quasi non ci credevo più e che alla fine avremmo rimandato il viaggio di un altro.

Troviamo anche gli altri due componenti del team: Marco e Martino. A Gennaio, in enorme ritardo, finiamo di prenotare tutto il resto.

Decidiamo di affittare un camper. Molto più versatile dell’hotel; si può scegliere di giorno in giorno se restare in un posto o se spostarsi. Ovviamente anche molto più economico rispetto alla combo hotel più auto. Ci preoccupa solamente il fatto di dover asciugare vestiti e attrezzatura tra una sciata e l’altra, soprattuto essendo in quattro dentro un camper dalle dimensioni ridotte (in Giappone camper e auto sono quasi tutte più piccole che da noi). Alla fine con la giusta attrezzatura in Gore-Tex non è mai stato un problema.

Prendiamo il volo diretto Malpensa – Tokyo. Le 12 ore di volo passano più in fretta del previsto, tra film e qualche dormita. Arriviamo e riprendiamo un altro volo interno, questa volta da Tokyo a Sapporo.

Andiamo al noleggio camper e ci rendiamo conto che nessuno ha più soldi disponibili sulla carta di credito per il deposito. Li avevamo spesi tutti per le prenotazioni di bagagli, voli, e camper. Proviamo letteralmente otto carte diverse e all’ultimo tentativo una carta prepagata di Martino viene accettata.

Ci siamo. Siamo in Hokkaido e abbiamo un camper: inizia il sogno.

Il primo giorno lo passiamo immersi nella nebbia, sopra il vulcano Asahidake. Salendo con le ciaspole ci fermiamo davanti a crateri che sbuffano vapore sulfureo. Lì troviamo anche il campione di sci freestyle Kevin Rolland, impegnato a filmare un video di freeride con la sua troupe.

A dir la verità non un grande inizio. C’era tantissimo vento e la neve era completamente ventata e dura. Dopo aver scattato qualche foto scendiamo verso il camper e per fortuna troviamo una zona non colpita dal vento. Nulla di eccezionale, ma ci si poteva accontentare.

Ci spostiamo verso Furano, un fantastico paese famoso per la fioritura in primavera.

Andiamo a mangiare quello che sarebbe stato il sushi più buono di tutto il viaggio. Vi lascio il link caso mai ci passiate -> Kaiten Sushi Topikaru

Abbiamo gustato il famoso Oh-Toro Sushi, ovvero la parte più grassa della parte più grassa del tonno. Due pezzi per soli 500 yen, ovvero poco meno di 4 euro. Non avremmo più trovato l’oh-toro a un prezzo così. E nemmeno così buono. In pratica su una pallina di riso viene messa una fetta di tonno spessa 2 centimetri e lunga 10. In bocca si scioglie e ti manda le papille gustative in estasi.

Marco, il quarto del gruppo, rimane senza parole, dicendo che non avrà più il coraggio di andare in un all you can eat una volta tornato a casa.
Qui capisci come la cucina giapponese sia completamente altra cosa rispetto a quella che ci viene proposta in Occidente. Niente salsine al Philadelphia e condimenti vari, gli ingredienti sublimi non necessitano di artifici per risultare più gustosi.

“Less is more” direbbe qualcuno.

Nei giorni seguenti continuiamo a sciare in vari impianti: Kiroro, Niseko, Rusutsu.

La qualità della powder è sempre eccezionale, anche se col passare dei giorni qualche sommelier della neve si lascia scappare un commento:  troppo pesante. In realtà non potevamo chiedere di più, considerando che le settimane prima di fresca ce n’era stata ben poca.

Il mio personale rimpianto, in realtà, è di aver sciato troppo nei resort. Sebbene ti diano la possibilità di fare molte più discese, bisogna considerare che sono talmente frequentate che dopo un’ora e mezza dall’apertura si fatica a trovare un metro quadrato di neve rimasta vergine. Al contrario, quando siamo risaliti con le nostre gambe,  ci hanno regalato solo godimento nella discesa.

Siamo stati inoltre un pò delusi dal fatto che alcuni resort, soprattutto quelli più grandi, fossero fin troppo turistici e occidentali, con una grandissima clientela americana e australiana.

I resort più piccoli, invece, mantenevano un loro fascino: seggiovie senza mezza sbarra di protezione, crew di snowboarder giapponesi con uno stile di discesa unico e dipendenti delle seggiovie che si inchinavano e ti salutavano ogni volta che salivamo e scendevamo da un impianto. Addirittura quando nevicava pulivano la tua panca con una scopa o una specie di soffiatore per le foglie, in modo da non farti bagnare il sedere durante la risalita. Fantastici.

L’obiettivo della vacanza comunque era sempre in vista da qualsiasi di queste tre stazioni.

Al centro di questo anello c’era lui, il vulcano Yotei.

Una forma perfetta che ricorda il monte Fuji, praticamente la montagna che disegniamo tutti da bambini. Un cono con la cima innevata e il bosco sotto.

Incredibile ma vero, dello Yotei ho solo questa foto fatta col telefono.

Per salire sullo Yotei non ci sono impianti. Bisogna camminare dai 200 metri circa della base ai 2000 metri della cima. Cercammo di capire quale fosse il giorno migliore per salirci, ma il meteo si è sempre dimostrato talmente mutevole che non potevamo affidarci alle previsioni meteo. La mattina presto sempre sole, da metà mattina nubi basse e neve. Io ero il più insistente a rimandare l’ascesa, mentre Martino il più convinto a farla il giorno dopo.
Passiamo la notte in un campeggio, vicino alla partenza della salita. Qui incontriamo per caso una guida che ci dice che il meteo non sarebbe stato buono per salire nei prossimi due giorni. Ci  dice, inoltre, che in vetta la neve non sarebbe stata “enjoyable”. Decidiamo tuttavia di tentare la salita, arrivare fino alla fine del bosco (a metà dello Yotei) per poi decidere se scendere o proseguire.

Partiamo alle 8 del mattino con un debole sole; attraversiamo un bosco magico, con la neve che formava strane palle sopra i rami e i tronchi spezzati. Questa, oltre ad appicciarsi come colla ai tronchi degli alberi e ai rami, si accumulava su qualsiasi cosa trovasse e si espandeva ben oltre i limiti fisici del suo appoggio. Non so se questo fosse dovuto a una diversa composizione della neve dovuta alla vicinanza con l’oceano.

Sbuchiamo dal bosco e proseguiamo ancora. Fisicamente sto molto bene. Non l’avrei mai detto, soprattutto dopo più di una settimana a fare fuoripista. Di solito i muscoli delle gambe sono distrutti dopo un paio di giorni. Io tengo il mio ritmo e mi stacco un pelo dagli altri. Più avanti, invece, mi fermo per vestirmi un pò di più e per mangiare qualcosa venendo superato da Martino. Rimango quindi quasi tutto il resto del tempo con Leonardo, poiché Marco l’abbiamo perso di vista già da un pò e pensiamo che sia ormai tornato alla macchina. So che non sembra ideale non aspettare i propri amici, ma quando fa così freddo (in punta c’erano -30 gradi circa) stare fermi 10 minuti ad aspettare non era possibile. Bisogna cercare di proseguire lentamente e costantemente. Più in su iniziano i traversi, ovvero gli zig zag che fanno gli scialpinisti per salire, e io faccio un’ enorme difficoltà con le ciaspole nelle strette tracce lasciate dagli sci. In più punti sprofondo molto e la fatica si fa sentire. Ci metto un sacco di tempo per percorrere una breve distanza. Arriviamo in una zona riparata dal vento che ormai è diventato bufera. La neve diventa ghiaccio. Chiedo a un gruppetto di persone che era lì informazioni sulla vetta e mi dicono che è poco più sopra. Leonardo ha bisogno di un attimo per sistemare le sue cose, così riparto per l’ultimo tratto. Un ambiente davvero inospitale fatto di roccia e ghiaccio. Come se ciò non bastasse soffia un vento e un freddo estremo. Non so bene come sarei sceso da lì, penso che alla fine sarei comunque sceso a piedi, portando la tavola più in basso. Arrivo alla cima e trovo Martino insieme a un altro snowboarder. Siamo sulla vetta, ma purtroppo non si riesce a vedere nulla, nemmeno il cratere del vulcano che tanto avremmo voluto ammirare e magari scendere con la tavola. Martino ha freddissimo; facciamo così due foto di ricordo e inizio a sistemarmi per la discesa. Quando stiamo per partire arriva anche Leonardo. Lo aspettiamo e facciamo ancora un paio di foto. Martino non riesce più a resistere al freddo ed io inizio ad accusarlo molto. Mi si forma addirittura uno strato di ghiaccio sulla punta del naso ed ora non riesco più a sentirlo. Sento il ghiaccio anche dentro le narici. Le mani e i piedi sono doloranti. Iniziamo a scendere trovando una via con un manto non troppo ghiacciato. Io inizio ad avere nausea per il freddo, devo assolutamente scendere di quota.

Poco dopo troviamo anche Marco: non è tornato alla macchina e anzi è quasi arrivato in cima. Gli descrivo la situazione in quota e gli dico che non sarei riuscito ad aspettarlo perché non sto molto bene. Decide di scendere rinunciando alla vetta. Non è sicuro fare da solo quel tratto essendo per lui la sua prima esperienza di quel tipo.

Scendo ancora un pò e finalmente inizio a riprendermi. Aspetto così tutti gli altri e continuiamo a scendere.

Sembrava di essere in un videogioco tanto era tutto perfetto. Neve leggerissima, paesaggio da fiaba, neve che scendeva insieme alla luce del sole, illuminando tutti i piccoli cristalli di ghiaccio sospesi in aria.

Un’esperienza davvero unica.

I giorni seguenti li passiamo tra qualche pellata e una giornata sugli impianti di Sapporo.

Anche qui tritiamo tutto quello che c’è disponibile. La vista pazzesca da sulla pianura sottostante con la città di Sapporo e il Mare del Giappone.

L’ultima giornata piena sull’isola di Hokkaido invece siamo costretti a passarla senza sciare. Nella notte le temperature avevano subito un’impennata improvvisa e come se non bastasse arrivò anche la pioggia. Risultato: neve pesantissima (questa volta per davvero). Non valeva la pena spendere soldi per uno skipass nè tentare una risalita con le pelli.

Decidiamo così di visitare una piccola cittadina portuale di nome Otaru. Quel giorno era pure festa nazionale e tre quarti dei ristoranti e negozi erano chiusi. La prendiamo con filosofia e utilizziamo il tempo per sistemare camper e bagagli per il giorno successivo, che sarebbe stato quello della partenza per Tokyo.

EXTRA

Vi sarete già chiesti come quattro ragazzi pieni di attrezzatura abbiano potuto passare 12 giorni in un mini camper giapponese. Ecco alcune informazioni utili in caso siate interessati a fare qualcosa del genere in futuro:

COSA PORTARE

Per la nostra personale esperienza vi posso dire che per un viaggio del genere potete portarvi pochissime cose. Io mi sono portato una valigia di 26kg, ma ho usato un quinto delle cose. Tutto il resto è stato solo di ingombro.
Innanzitutto le temperature erano così fredde che il sudore non si formava o comunque non in maniera tale da doversi cambiare la maglietta ogni giorno. Una maglia termica, un paio di calzini, una calza termica e un intimo ogni 3/4 giorni sono più che sufficienti (state facendo una viaggio di avventura, non siete in un hotel 5 stelle). Di felpe ne ho usata solo una per tutti i 12 giorni. In realtà l’avrei anche cambiata, ma era l’unica tecnica col cappuccio che avevo. Quando il freddo e il vento erano intensi il cappuccio sotto il casco ti salvava la vita. Era una felpa double-face quindi facciamo finta che ne abbia usate due. Di pantaloni ne basta un paio per uscire e un paio della tuta per dormire.

Per quanto riguarda l’abbigliamento tecnico per sciare vi consiglio di sceglierlo per bene. Con una salopette e una giacca in Gore-Tex andate sul sicuro. Io avevo una giacca con un solo strato Gore-Tex e una con 3 strati. Quella con 3 strati è rimasta in valigia. Tenete anche un piumino leggero da mettere sotto il guscio per quando fa più freddo. Per i guanti idem, sarete sempre nella neve quindi andate su qualcosa di ben impermeabile.

Alla fine della giornata lasciavamo le cose un pò più umide vicino al bocchettone del riscaldamento in camper e in poco tempo tornavano asciutte. Immaginatevi se tutti avessimo avuto abbigliamento zuppo d’acqua che casino sarebbe stato!

Se come il sottoscritto siete degli snowboarder vi consiglio di tenere con voi un paio di ciaspole: finire in un pianoro con neve molto alta e uscire con le vostre gambe può essere davvero un incubo. Portare con voi un paio di ciaspole vi salverà la giornata. Dovendo scegliere tra splitboard e tavola normale con ciaspole opterei per quest’utlima opzione. Questo per poter essere più veloce nel cambio e non aver problemi a dover ripellare più volte.

COME LAVARSI

Siamo partiti un pò alla cieca su questo punto. Conoscevamo l’esistenza delle onsen giapponesi, ovvero l’equivalente delle nostre terme, ma non sapevamo se fossero ad esclusiva dei clienti degli hotel o se invece ad ingresso libero.

Per nostra fortuna erano aperte a tutti, con prezzi irrisori che andavano dai 5 ai 12 euro. Ogni 3/4 giorni, ovviamente in concomitanza del cambio di vestiario, ci buttavamo in ammollo dopo aver sciato. Penso che il rituale di passare dai -15 gradi di temperatura esterna ai quasi 40 gradi delle pozze d’acqua esterne sia stata una delle cose più belle del viaggio. L’acqua è realmente termale trattandosi di una zona vulcanica. Per i nostri standard è anche troppo calda e bisogna abituarsi. All’inizio sembra di non poterci stare oltre i 5 minuti.

Tranne la prima onsen che era mista, ovvero con ammissione di uomini e donne, tutte le altre erano divise per sesso. Il costume da bagno è vietato, è concessa solo una piccola salvietta per coprirsi camminando da una zona all’altra.

A seconda delle onsen si possono trovare zone idromassaggio, saune, pozze d’acqua ghiacciata e pozze d’acqua tiepida. Tutte comunque hanno una sorgente d’acqua termale esterna molto calda e una interna un pò meno calda.

La zona docce è stata sicuramente quella che, più di tutte, ci ha stranito. Disposta lungo due o più pareti, ha molte postazioni dove potersi sistemare. Per lavarsi, tuttavia, bisogna sedersi su dei piccoli sgabelli di plastica con un buco centrale; davanti a te uno specchio e flaconi di shampoo e bagnoschiuma. Nessun separè, ovviamente.

La clientela è per lo più locale e ho avuto più volte l’impressione che gli stranieri non fossero visti così di buon occhio. Cercate quindi di mantenere un tono di voce basso o di non parlare proprio. Le occhiate che ci hanno lanciato quando alzavamo la voce me le ricordo ancora. È tutto davvero stranissimo e nuovo per chi non è mai stato in una onsen. Alla fine però ci si abitua e si vive l’esperienza in maniera davvero rilassata. È una tradizione giapponese rimasta intatta e avevo l’impressione che tutti i gestori di queste onsen si somigliassero. Non erano che piccole attività familiari dedite al benessere degli avventori.

INFORMAZIONI VARIE

In Giappone si guida sulla sinistra e per poter guidare è necessario richiedere la patente internazionale alla motorizzazione o in scuola guida. Con una quarantina d’euro e una decina di giorni la otterrete senza problemi.

In inverno le strade dell’Hokkaido sono quasi completamente ghiacciate. I camper sono praticamente tutti 4×4, ma accertatevene prima di prenotarne uno. Con le gomme invernali non abbiamo mai avuto la necessità di usare le catene. Alcuni tratti di strada e di marciapiede sono riscaldati tramite resistenze in modo che rimangano sempre pulite dal ghiaccio.

Vi verrà fornito, inoltre, una sorta di Telepass per poter circolare in autostrada senza dovervi fermare ai caselli.

Un grandissimo problema che abbiamo avuto è stata la spazzatura: in Giappone c’è una gestione dei rifiuti molto diversa dalla nostra. Non troverete quasi mai dei cassonetti lungo le strade. I giapponesi, da quello che ho letto su internet, fanno una scrupolosa raccolta differenziata a casa per poi portare i rifiuti nei centri di raccolta. Noi questa cosa non la sapevamo e abbiamo accumulato una quantità di sacchetti tale da vergognarci ogni volta che salivamo in camper. Considerate anche che in Giappone confezionano ogni singola cosa con la plastica. Ogni banana è avvolta nella plastica, ogni biscotto all’interno della confezione avvolto nella plastica, ogni salamino all’interno del sacchetto è avvolto nella plastica. I sacchi della spazzatura si riempiono davvero in poco tempo. Due o tre volte abbiamo trovato dei cassonetti di qualche B&B dove abbiamo lasciato i nostri. Non credo si possa fare e ovviamente mi è dispiaciuto un sacco farlo. Tuttavia eravamo sommersi e non sapevamo dove portarli. Anche chiedendo ai dipendenti dei vari mini market, nei quali c’erano cestini piccolissimi solo per i prodotti consumati all’interno del market, non siamo mai riusciti a ottenere informazioni chiare.

Per chi ha esperienza con i camper sa che la batteria supplementare si scarica in fretta con il freddo, soprattutto usandola la notte per scaldarsi. Si ricarica viaggiando, ma se starete più giorni in un posto è possibile che si scarichi. A noi è successo nel bel mezzo della notte.

Per poter ricaricare la batteria, non trovando campeggi aperti, abbiamo dovuto chiamare il responsabile del noleggio, il quale ne ha contattato vari fino a trovarcene uno aperto per la sera dopo. Siamo così riusciti a caricare la batteria che è poi durata fino alla fine del viaggio.

I sistemi idraulici del camper ovvero il bagno, la doccia e il lavandino non erano disponibili in inverno a causa delle basse temperature. Per lavarci ho già descritto il nostro personalissimo metodo, mentre per il bagno cercavamo di sfruttare le volte che eravamo al ristorante, mentre sulle piste c’era sempre un rifugio dove poter andare.

Il noleggio che abbiamo scelto è  https://japan-crc.com/en/

Gli abbiamo scritto per e-mail e sono stati super disponibili con tutte le nostre richieste.

Il prezzo degli skipass è abbastanza alto: varia dai 40€ ai 65€ al giorno. Intervallare gli impianti a giornate in cui si risale con le pelli renderà il viaggio sicuramente più economico (oltre a, come ho scritto prima, darvi più possibilità di trovare neve vergine per tutta la discesa).

Avevamo il dubbio se prendere una guida per le nostre gite, ma alla fine abbiamo fatto tutto per conto nostro. Non abbiamo mai trovato situazioni in cui abbiamo rimpianto la nostra scelta per cui vi consiglierei di prenderla solo se avete poca dimestichezza con l’ambiente freeride, oppure se volete farvi portare in qualche posto sconosciuto dalla massa. Se invece farete itinerari classici come lo Yotei basterà informarvi un pò su internet per il percorso e scaricarvi una mappa gps sul telefono.

Il cibo è leggermente più economico che in Europa. Non credo di aver mai speso oltre i 35€ per un pasto al ristorante. Di solito il prezzo si aggirava sui 15/20€. Ovviamente, se moltiplicate questi soldi per 3 pasti al giorno, per tutti i giorni in cui viaggiate, uscirà una bella cifra. Noi cercavamo di risparmiare facendo sempre colazione in camper con le cose comprate nei kombini (i mini-market locali come 7eleven e Lawson) e ogni tanto anche a pranzo portandoci i panini nello zaino.

Potete risparmiare molto scegliendo di mangiare in questo modo, ma ovviamente dipende da voi. Fare sport tutto il giorno a quelle temperature fa consumare tante energie e un pasto sostanzioso e caldo può fare la differenza.

Per trasportare gli zaini ABS abbiamo dovuto contattare le compagnie aeree (Alitalia e Jetstar). Ci hanno richiesto per e-mail i dati di ogni singolo zaino con il relativo  contenuto delle bombole. In aeroporto abbiamo dovuto togliere quelle dallo zaino e tenerle nel bagaglio a mano, mentre il resto dello zaino abbiamo dovuto stivarlo.

CONCLUSIONI

Sebbene sia stato definito dagli sciatori locali come il peggior anno degli ultimi decenni, ci siamo divertiti tantissimo e tolti la voglia di neve fresca, complice anche la pessima stagione in Italia. Praticamente ogni giorno scendevano 20/30cm di neve.

Il viaggio merita anche per le esperienze che ruotano intorno alla neve, dal cibo alle onsen per elencarne due. Inoltre la gentilezza dei giapponesi è qualcosa che difficilmente troverete da altre parti.

Lo snowboard in Hokkaido ha una cultura molto più improntata sullo stile snowsurf. Non troverete quindi molti snowpark. Al contrario troverete marchi di tavola qui sconosciuti, la maggior parte tuttavia con prezzi proibitivi. Per esempio Gentemstick, di cui abbiamo visitato lo store a Niseko. Un posto davvero fantastico. Le loro tavole in legno lucidato sono delle pure opere d’arte. Mi hanno ricordato le katane giapponesi per quanto concerne la cura e il rituale che sta dietro alla loro produzione.
I prezzi superano quasi sempre i 1000€ per ogni tavola. Per quanto nevica in Giappone è un investimento che si potrebbe anche fare (personalmente non ho fatto un graffio alla mia tavola in 11 giorni di snowboard nei boschi). Discorso diverso per le nostre zone dove una tavola usata negli stessi contesti dura circa 2 o 3 stagioni.

L’approccio del freeride che si percepisce in Giappone, anche per la mancanza di alte montagne, è molto ancestrale. Poca importanza alla tecnica di risalita, solo un paio di ciaspole e tavola sullo zaino. Una risalita veloce nel bosco per poi scendere godendosi ogni curva, schivando di tanto in tanto i rami di bamboo che spuntano dalla neve.

Su e giù da queste grandi colline per poi farsi un bagno caldo prima di cena.