GIRO DI VISO IN TENDA

Monviso all'alba con le tende

“Mi piacerebbe fare il giro del Monviso in tenda”.

Questa la frase che ripetevo a tutti gli amici da tre anni a questa parte. Poi per una cosa o per l’altra questo giro non lo facevo mai. Lo farò l’anno prossimo.

E ci sono andato vicino anche quest’anno: ho organizzato il tutto solo qualche settimana prima con Leonardo, un mio grande amico, e con quella sensazione del “tanto non si farà”.

Invece i piani poi sono rimasti quelli, nonostante un meteo previsto più che pessimo, ormai confermato da tutti i siti e app a poche ore dalla partenza.

Probabilmente se fossi stato da solo avrei rinviato un’altra volta. Se lo faccio devo farlo bene, col “bel tempo”.

Che poi cosa è il bel tempo per un fotografo? Fotografare col cielo blu puffo? Anche no, grazie.

Partiamo e non ci poniamo troppi problemi, ci adatteremo alle situazioni man mano che verranno.

Il primo giorno partiamo tardissimo, verso le 16.00 da Castello, frazione di Pontechianale. Faremo il giro in senso antiorario. Passeremo quindi in questi luoghi chiave con quest’ordine: Castello, Bosco dell’Alevè, Passo San Chiaffredo, rif. Quintino Sella, rif. Giacoletti, buco di Viso, ref. du Viso, passo Vallanta, passo Losetta, rif. Vallanta, Castello.

Leonardo commette un errore che pagherà per tutto il giro, mettere gli scarponi nuovi di pacca. Dopo 20 minuti stava già mettendo delle garze sui talloni per ritardare la comparsa delle vesciche.

Leonardo alle prese con le sue competenze da medico

Il primo tratto di salita lo facciamo dentro il bosco dell’Alevè. Con questo meteo è davvero spettrale e spettacolare allo stesso tempo. I pini cembri secolari, con i loro tronchi grigiastri, ci accompagnano per un paio d’ore prima di sbucare nel vallone delle Giargiatte. Troviamo un torrente e ci fermiamo a bere un pò di acqua fresca. Leonardo prova subito la borraccia filtrante che gli ho consigliato di prendere, una LifeStraw. Permette di bere acqua anche molto sporca che viene filtrata da un filtro all’interno della stessa. In questo modo si possono affrontare gite più o meno lunghe sapendo che in qualche modo si riuscirà sempre a bere.

Al finire del bosco il cielo si apre, mostrando giochi di luce che solo il tempo turbolento e la montagna sanno regalare. Grandi sorrisi per qualche raggio di sole e proseguiamo.

Leonardo inizia a patire abbastanza le vesciche e mi fa capire in tutti i modi che sarebbe il caso di piantare la tenda. Io cerco di proseguire, volendo arrivare al passo di San Chiaffredo. Tuttavia non essendo mai stato li non so come sarebbe stato il terreno e siccome avevamo trovato un piccolo spiazzo con una bella vista decidiamo di fermarci. Dopo aver consumato il nostro fantastico cibo liofilizzato della Decathlon mi piazzo col treppiede per fare qualche foto alle tende. Poche in realtà, inizia quasi subito a piovere.
Decido quindi di tornare in tenda e dormire.

 

Al mattino il risveglio non è stato dei migliori. Non avevo tirato bene le pareti della tenda siccome non avevo molto spazio dove mettere i tiranti e mi accorgo che il telo impermeabile che avevo messo sotto la tenda e lo zaino aveva fatto da piscina, raccogliendo l’acqua. La parte superiore dello zaino era fradicio, così come le cose dentro, per fortuna nulla di elettronico o di vestiario, quello sarebbe stato un problema.

Sistemiamo le cose e partiamo in direzione del rifugio Quintino Sella dove prevediamo di arrivare in un paio d’ore e far colazione.

Attraversiamo il passo di San Chiaffredo. Centinaia di pietre messe in verticale mi fanno pensare a un cimitero di pietre. Non avevo mai visto qualcosa del genere prima d’ora. La luce tagliente del primo mattino rende tutto ancora più magico e spettrale.

Dopo un’altra ora nella nebbia arriviamo al Quintino Sella. Un elicottero sbuca dalle nubi per lasciare le provviste e portare via i rifiuti.

Due cappuccini e due torte di cioccolato, seguite quasi subito da due torte di mele. 40 minuti dopo, visto il meteo pessimo, facciamo anche pranzo con polenta concia e salsiccia, concedendoci un lusso che non pensavamo di regalarci in questo viaggio.

Ripartiamo alle 14 diretti al rifugio Giacoletti, a circa tre ore di cammino. Lungo il tragitto ci fermiamo qualche minuto al lago Chiaretto per rinfrescare un pò i nostri piedi.

Dopo mezz’oretta un’altra sosta al lago Lausetto dove per la prima volta, finalmente, vediamo la cima del Monviso sbucare dalle nuvole. Leonardo visto il migliorare del meteo fa partire un timelapse con la Gopro, che però non vedrà la fine siccome le nuvole decidono di coprire tutto nuovamente. Riprendiamo il cammino per gli ultimi 400 metri di dislivello che ci separano dal Giacoletti, motivati dalla birra e la merenda che ci saremmo regalati una volta arrivati.

Prima di iniziare a cercare un posto per piazzare la tenda ci rilassiamo un pò al rifugio e, su consiglio del gestore, saliamo verso il punto panoramico poco più sopra. Appena iniziamo a camminare inizia a grandinare. Retrofront. Torniamo al caldo del Giacoletti e rimaniamo li per cena. Verso le 20 usciamo con la luce debole del crepuscolo e saliamo verso il punto panoramico. Un bello spiazzo già ampiamente utilizzato da qualcuno per mettere le tende, con tanto di pietre ripara-vento e un abbozzo di cancello, si rivela il posto perfetto dove accamparsi.

Con la pancia piena e soddisfatta mi metto a fare qualche fotografia al paesaggio ma, anche questa sera, vengo interrotto dalla pioggia. In condizioni normali avrei puntato un pò di sveglie durante la notte per poter controllare le condizioni del cielo e nel caso fotografare ma in quel contesto non lo ritenevo necessario. Non volevo fare la “fotona”, volevo solo raccontare un viaggio con un amico. Ed ero anche abbastanza cotto, dalla giornata, dalle birre e dagli amari bevuti a cena.

E allora va bene così, meglio riposare per il giorno dopo.

La sveglia suona poco prima dell’alba. Apro la porta della tenda e guardo fuori, il cielo è pulito. Chiamo Leonardo e usciamo: il Monviso finalmente è li, possente e magnifico sbuca dal mare di nuvole che ricopre la pianura.

Un pò godo. Dopo due giorni di brutto tempo siamo davanti a questo spettacolo e siamo tra le poche persone che lo possono ammirare.

Dopo tante foto e sorrisoni andiamo a goderci l’ennesimo lusso, la colazione completa del Giacoletti: latte, caffè, cereali, fette biscottate, crema alla nocciola e marmellata.

Ma quanto è bello fare colazione in alta montagna? Riusciamo anche a lavarci i denti per bene con un vero lavandino.

Partiamo un pò tardi con un bel giro che ci aspetta. Gireremo intorno al Monviso attraverso la valle Po, poi per il famoso Buco di Viso, scenderemo in Francia al Refuge du Viso e torneremo in Italia attraverso il colle di Vallanta per poi accamparci sotto il passo della Losetta.

Scendiamo dal Giacoletti iniziando da un breve tratto attrezzato da scalini di ferro e catene. Piano piano ci addentriamo nelle nuvole fino a sbucare sotto. Prendiamo la scorciatoia per il buco di viso tramite il Sentiero del Postino. Anche qui alcuni tratti attrezzati da corde, catene e scalini in ferro, ma che si fanno tranquillamente senza nessun equipaggiamento particolare. Dopo aver passato le casermette giungiamo al buco di Viso, un tunnel scavato nella montagna che collega il versante italiano con quello francese. In Francia ci aspetta un bel cielo blu e poche nuvole.

Una rapida discesa ci porta al Refuge du Viso, dove ci fermiamo un pò per riposare e mangiare col nostro fornelletto. Dopo pranzo ripartiamo per tornare in Italia. La mia idea iniziale era di fare la via diretta che porta alla cima della Losetta, tuttavia ci rendiamo conto che non c’è un sentiero vero e proprio e decidiamo di andare sul più sicuro passo di Vallanta. Leonardo fa un altro stop presso un torrente per lenire i dolori delle vesciche ai talloni, ormai completamente rotte. Facciamo l’ultima vera salita del giro e arriviamo in Italia nuovamente immersi nelle nubi. Il paesaggio, a differenza dei primi due giorni, è meno roccioso e più erboso. Sembra quasi di essere in Scozia. Incontriamo un bellissimo gruppo di stambecchi poco dopo il colle e rimaniamo qualche minuto ad ammirarli giocare tra di loro con le loro corna. 

Arriviamo a un discreto orario nei pressi del passo della Losetta. Monviso non pervenuto.

La sera finiamo tutti i viveri rimasti: alle 18.30 muesli con cioccolato liofilizzato, riposino di un’ora, alle 19.30 una zuppa di verdure liofilizzate, alle 20.00 una pasta alla bolognese liofilizzata da dividerci.
Rimaniamo costantemente all’interno delle nubi e i nostri indumenti iniziano a inumidirsi, sacco a pelo compreso. La notte la passo dentro il sacco chiuso ermeticamente, tutto abbastanza umido ma per lo meno caldo.

La mattina il risveglio è terribile, anche i vestiti puliti che avevamo ancora nello zaino erano inumiditi e freddi. Per fortuna è l’ultima mattina e in qualche ora saremo alla macchina. Ci fermiamo al rifugio Vallanta per uno strüdel e per scaldarci un pò, per poi proseguire la discesa.

Mentre percorriamo l’ultima discesa, quella che ci porterà alla macchina, sono felice.

“Grazie Leo, è stato davvero bello”.

“Davvero Boffe, mi è stra piaciuto, grazie a te”.

Sono felice che ci fosse Leonardo per il mio primo giro del Monviso. Entrambi di Bergamo, amici di lunga data, in posti che non avevamo mai visto (o almeno che io avevo visto solo in parte). Non avremo trovato il tempo migliore per ammirare il Monviso (a dire il vero l’abbiamo visto davvero bene solo la seconda mattina), non avrò trovato i cieli stellati perfetti da fotografare, ma ogni avventura è meritevole di essere vissuta. Alla fine ricorderemo solo i bei momenti e le risate. Lo zaino bagnato, le vesciche, il mal di spalle e l’umidità dell’ultima notte ci faranno ridere e ci faranno venire voglia di partire nuovamente per qualche nuova gita improvvisata.

Il telefono ricomincia a prendere campo, dopo tre giorni di quasi totale isolamento. Arrivano le notifiche di messaggi, commenti, mi piace, chiamate.
Lì capisco che è davvero finita, si torna nel mondo “civile”, quello che qualcuno definirebbe reale. Ma qual è davvero il mondo reale? Quale la Vera vita? Penso a tutti i millenni nei quali gli uomini hanno attraversato per necessità queste vallate, con condizioni atmosferiche e attrezzature ben peggiori delle nostre. Perché oggi, con tutte le comodità che abbiamo, scegliamo volontariamente di ficcarci in questi posti dove non c’è “niente”, dove dobbiamo faticare e imprecare? Perché ci rende felici? Spesso le cose che danno un senso alla nostra vita sono cose completamente inutili e immateriali, non producono niente se non memorie. Cerco sempre di tenerlo a mente.