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Daniele Boffelli Photography

Iceland - Westfjords

E’ inizio Novembre e Marco Rostagno, un amico fotografo e videomaker, mi chiama.

“Ciao Daniele. Senti, ma tu hai da fare la seconda/terza di Novembre? Io e Federica vorremmo andare in Islanda. Ti andrebbe di venire?

“Ciao Marco! Madò, che proposta! Guarda, il 18 Rachele finisce il master e poi pensavo di andare qualche giorno in giro con il van, mi dispiace”

“Ah ok, tu pensaci dai”

“Mmm… Beh, in realtà potremmo venire li, non sarebbe neanche un brutto regalo per il suo master. Chiedo e ti faccio sapere. Ho un’unica richiesta: sono già stato due volte in Islanda e non ho voglia di rifare il giro dell’isola. Se venissi vorrei vedere i fiordi dell’Ovest

 

Due settimane dopo ci svegliamo alle 2.30 del mattino in direzione Malpensa.

Durante l’atterraggio ho una strana sensazione. Siamo partiti alle 6.30 ed era ancora buio e dopo quasi 5 ore il sole non è ancora sorto. Faccio 2+2 e realizzo che non avevo considerato che a metà Novembre in Islanda le ore di luce sono pochissime. Fantastico, mi dico, albe e tramonti lunghissimi, più ore di buio per ammirare l’aurora boreale. 

Il primo grande problema era passare la frontiera. Tutti e 4 abbiamo fatto il Covid nell’ultimo anno e abbiamo perciò ricevuto una sola dose di vaccino. Ho diversi amici nella stessa situazione che cercando di viaggiare sono stati rimandati indietro a causa di questa cosa. Le informazioni sul web sono confusionarie, persino nei canali ufficiali islandesi. Per fortuna, qualche giorno prima di partire, l’ufficio islandese preposto al covid risponde a una mia mail e mi dice che è tutto ok, anche con una sola dose, purché sia indicato 1/1 sul green pass.

Top, ci siamo! Passiamo i controlli e il viaggio può finalmente iniziare.

Magari…

All’autonoleggio vado tutto bello contento siccome avevo trovato una buona offerta per un Rav4 cambio automatico 4×4, ma al bancone il dipendente mi chiede il PIN della carta di credito utilizzata per prenotare. Il PIN della carta di credito? Ma l’avrò usato 3 volte in vita mia, non si può strisciare e basta?

Negativo, per bloccare la cauzione serve per forza il PIN. Panico.

Chiamo la mia banca. “Buongiorno signor Boffelli”. “Buongiorno a lei. Senta, ho un grande problema. Sono appena arrivato in Islanda, devo ritirare l’auto a noleggio che ho prenotato ma non ricordo il PIN della carta di credito. C’è una qualsiasi possibilità di recuperarlo?” “Eh guardi, mi dispiace ma è impossibile per noi poterlo recuperare, può farsene mandare un altro ma ci impiegherebbe qualche giorno e arriverebbe comunque a casa sua.”

E ora?

Dall’angolo dell’autonoleggio Federica ci dice qualcosa. “Se volete possiamo provare a usare la mia, però non so quanto ho su”

Miracolo, la carta viene accettata, previo inserimento di Federica come guidatrice addizionale (a pagamento ovviamente).

Ci siamo, possiamo partire! La Rav4 che dovevamo ricevere si trasforma subito in una Ford Kuga. “Ma sarà almeno 4×4?” ci chiediamo. Per fortuna lo era, pure con le ruote chiodate (le compagnie sono obbligate a fornirle in inverno, tuttavia l’ultima volta che sono stato in Islanda era Febbraio e non le avevamo, ve lo racconterò prossimamente in un altro articolo). Scopriremo ben presto che erano indispensabili.

Il programma del viaggio era super serrato. Dovevamo fare 1600km in 5 giorni (alla fine ne faremo più di 2000 a causa di deviazioni e tentativi di caccia all’aurora boreale).

Ci lasciamo Keflavik alle spalle e iniziamo a guidare verso la prima tappa del nostro viaggio: Bildudalur, piccolo paesino portuale nel cuore dei fiordi. 

Superata la capitale Reykjavik guidiamo un paio d’ore sulla Route 1, la strada che fa il giro di tutta l’Islanda nella parte esterna. A un certo punto deviamo dalla strada principale per immetterci in una strada in salita. Non si vede dove va, a un certo punto si perde nel bianco.

Scopriremo poco dopo che quel bianco non era solamente il candore di una nuvola, ma neve, dappertutto. Ringraziamo quei numerosissimi paletti gialli lungo le strade grazie ai quali riusciamo a capire dove andare, anche se fuori è tutto bianco. Testiamo quindi le doti di questa Kuga e le sue ruote chiodate, uno spettacolo!

Verso le 17 la luce, di per sé già fioca, si spegne. Veniamo inghiottiti nel blu della notte.

Il titolo di questa foto potrebbe essere quello di una canzone jazz o di un film noir. Accetto suggerimenti nei commenti.

Naturalmente capita di fermarsi anche a far qualche foto e così le 5 ore preventivate diventano 8 e qualcosa. Arriviamo quasi alle 20 a Bildudalur. L’unico pub/ristorante della zona ci accoglie insieme a qualche altro local. Siamo gli unici turisti e le persone sembrano quasi sorpresi di vederci entrare. Ma chi va a cacciarsi nei fiordi dell’Ovest a metà Novembre?
Sarà stato il viaggio infinito partito alle 2.30 del mattino in Piemonte, saranno stati i sedili scomodi di WizzAir che non ci hanno fatto chiudere occhio, sta di fatto che Marco si sbilancia con un “è il miglior hamburger della mia vita”. Non sappiamo ancora che sarà praticamente l’unica specialità che mangeremo da qui fino alla fine del viaggio.

Accanto al pub c’è il nostro b&b. Non c’è nessuno ad accoglierci. Abbiamo avvisato del nostro arrivo e ci hanno lasciato le chiavi sul bancone della reception. Nei due piani del B&B siamo gli unici ospiti e le camere hanno enormi vetrate che danno sul porto.

La vista del porto di Bildudalur dalla nostra camera

Crolliamo tutti immediatamente e ci risvegliamo alle 9 per la colazione.

Usciamo per portare gli zaini alla macchina e ci rendiamo conto che è tutto ricoperto da 2cm di ghiaccio vetrone. “Ma no dai, i ramponcini non li porto, figurati, più spazio in valigia”.

Ecco.

La stazione di servizio di Bildudalur

Ci aspetta una giornata lunghissima, dobbiamo guidare fino alla principale città dei fiordi dell’Ovest, Ísafjörður, situata molto a nord. L’idea era di fare una strada che tagliava parecchio il fiordo su cui eravamo, avevamo solo il dubbio che non fosse percorribile. Esiste infatti un sito web ufficiale (road.is) in cui si possono consultare le condizioni di tutte le strade e quella che dovevamo fare noi aveva un’indicazione che non riuscivamo a capire, come se non fosse sorvegliata.

Lungo il tragitto ci siamo segnati qualche posto da vedere. Le prime due sono una sorta di fienile abbandonato (conosciuto grazie a Chris Burkard) e una pozza termale naturale. Poco dopo la nostra partenza un auto nella direzione opposta ci fa segno di fermarci.

Ci dicono che la strada è interrotta più avanti per neve, pressapoco un’ora da lì. Decidiamo comunque di proseguire un pezzo per vedere il fienile abbandonato e ci fermiamo a fare qualche foto. Entriamo anche dentro, la porta era chiusa solo da un filo di ferro: dentro 4 o 5 sacche enormi, piene di lana grezza di pecora. 

Fienili e posti carini dove costruirli

Nonostante l’idea di farsi un bagno in una pozza termale bollente sia molto allettante decidiamo di tornare indietro. Andare avanti voleva dire perdere due ore, siccome poi avremmo dovuto fare retro-front a causa della strada chiusa.
Rifacciamo un pezzo di strada che avevamo percorso la sera prima per riportarci sulla strada principale per Ísafjörður. 

Un gruppo di pecore islandesi libere lungo la strada

Nei giorni prima della partenza avevo un sacco di dubbi su che attrezzatura fotografica portarmi.
Mi porto la Nikon con obiettivi zoom? Pesante e ingombrante ma con più megapixel e lenti compatibili con la D610 di Rachele, così da portarcene meno a testa.
Mi porto la Sony con lenti fisse? Più piccola e leggera, con lenti più luminose ma con meno megapixel?
Drone?
Alla fine ho scelto di portarmi la Sony. Ero già stato due volte in Islanda. Penso di aver fatto delle foto che difficilmente riuscirò a superare, dati i pochi giorni e il poco tempo che avremmo avuto per fotografare. Preferivo quindi impostare la parte fotografica più come reportage che come foto singole come ho sempre fatto. Inoltre avrei usato il vantaggio delle ottiche luminose per non dover star sempre ad utilizzare il treppiede.
Il drone l’ho portato alla fine. Indovinate quante volte l’ho usato? Esatto, zero. Un pò perché preferivo concentrarmi sulla macchina fotografica, un pò per il vento e le condizioni pessime quasi costanti del nostro viaggio.
Per i nerd della fotografia ho usato una Sony A7III con 14 1.8, 24 1.4, 50 1.8 e 24-105.

Ci lasciamo dietro uno dei pochi cieli sereni della vacanza e proseguiamo verso Ísafjörður.

Facciamo una sosta alla cascata di Dynjandi che tuttavia è quasi completamente ghiacciata come il terreno circostante: è quasi impossibile riuscire a distinguerla dal resto del paesaggio. Peccato, ci torneremo un’altra volta.

10 minuti prima di arrivare a destinazione facciamo una breve deviazione a Flateyri, un piccolo paesino portuale sul fiordo, per bere un the caldo. Li entriamo anche nel negozio di libri più antico di tutta l’Islanda. E’ così famoso che nei giorni seguenti troveremo la sua pubblicità con il ritratto del proprietario in diversi posti, anche molto lontani.

 

Arriviamo a Ísafjörður poco prima di cena. 
E’ decisamente la città più grande che abbiamo visto nei fiordi ed è infatti conosciuta come la capitale dei fiordi dell’Ovest.

La casa dove dormiamo, presa su Booking, è un fantastico appartamento arredato in stile nordico e moderno. Appena entrati trovo anche un sacco di vinili e un giradischi. Scorro qualche disco e trovo Toto, Pink Floyd, Whitney Houston.

Metto subito il disco originale del ’73 di The Dark Side of The Moon e me lo ascolto tutto sdraiato sul divano guardando fuori dalla finestra. Estasi.

La sera andiamo a mangiare una zuppa di pesce in un ristorante a due passi dall’appartamento. La strada è una lastra di ghiaccio unica e scopriamo che anche i local hanno problemi di stabilità nel camminare.

A farci compagnia un ubriacone del posto che potreste ricollegare a un vecchio marinaio alcolizzato dai capelli grigi e lunghi fino alle spalle. Si aggira per il locale con una t-shirt giallo polenta con scritto a caratteri cubitali: I’M A RAY OF FUCKIN’ SUNSHINE. Si siede un paio di volte al nostro tavolo chiedendoci da dove veniamo e viene costantemente preso e invitato ad allontanarsi via dal direttore del ristorante. La prima volta prova ad aprire la porta d’ingresso ma non ce la fa. Interviene ancora il direttore e lo fa uscire. Dalla finestra dietro di me lo vedo provare a scendere le scale ricoperte di ghiaccio. Tentenna, rimane aggrappato al passamano per 5 minuti. Decide allora di rientrare e dare spettacolo nuovamente. Questa volta il direttore interviene con maggior convinzione e il marinaio solitario riesce finalmente a scendere gli scalini e scompare nell’ombra della notte. Ritroveremo la sua maglietta in vendita in un negozio di souvenir di Reykjavik.

Le strade di Ísafjörður in una notte di luna piena. Sulla destra la casa che ospitava il nostro appartamento.

Il giorno dopo ci aspetta un’altra lunghissima giornata per strada. 4 ore e mezza per percorrere 366km che inevitabilmente si allungheranno a causa delle condizioni stradali.

Dopo aver fatto le consuete prove di frenata su ghiaccio partiamo. È ancora buio, l’alba era intorno alle 10 del mattino. Arriviamo alla fine del primo fiordo (ne avevamo 5 da percorrere interamente in un senso e nell’altro) e la prima luce del crepuscolo crea un’atmosfera spettrale. Un blu di prussia tendente al nero e un grigio ceruleo dividono il paesaggio davanti a noi in tre fasce.

L'isola di Vigur in un paesaggio astratto

Proseguiamo senza intoppi verso Hvammstangi, portandoci definitamente fuori dagli infiniti fiordi che corrono lungo la penisola. Per ogni fiordo bisogna guidare una ventina di km verso l’entroterra per poi girare di 180 gradi e dirigersi dall’altra parte.

Arriviamo a destinazione nel tardo pomeriggio. Una doccia, un riposino, e usciamo per cena. Anche qui specialità zuppa di pesce.

Piccola parentesi sul cibo. L’hamburger che avevamo mangiato con tanta voracità la prima sera è una costante in tutti i ristoranti in cui ci siamo fermati. Variare con una calda zuppa di pesce sembrava sempre l’opzione migliore.

A cena discutiamo anche dell’argomento scottante della vacanza: l’aurora boreale. 

Fino a quel momento non eravamo riusciti a vederla. Il cielo era sempre nuvoloso e comunque l’attività solare era troppo bassa. Quella sera invece c’era una minima possibilità. Nell’estremità del fiordo adiacente a noi (nei fiordi settentrionali), a un’ora e mezza di auto, c’è un’apertura del cielo da mezzanotte fino alle 2 del mattino, con una leggerà attività solare.

Dopo mille dubbi sull’andare o sul riposare per il giorno dopo decidiamo di provarci. Io, dopo aver guidato tutto il giorno, mi metto dietro e mi addormento quasi subito. Non ho particolari ricordi di quella serata. Mi sono risvegliato a destinazione a mezzanotte. Mi ricordo Marco che mi dice che non si vede niente, che è tutto nuvoloso. Mi riaddormento e mi risveglio due ore dopo al nostro bungalow di Hvammstangi.

Il giorno dopo ripartiamo, un pò giù di morale per l’aurora.
Facciamo una breve visita alla fabbrica della lana del paese, Kidka. Dilapiderò il mio conto corrente in due maglioni e un paio di moffole imbarazzanti alla Bernie Sanders (in realtà i prezzi erano abbastanza in linea con quelli che trovereste qui in Italia per dei maglioni di pura lana).
Facciamo una deviazione per vedere la roccia nel mare di Hvítserkur. Lungo la strada sterrata incontriamo da vicino qualche cavallo islandese che finora avevamo visto sempre da lontano.

Arriviamo a Hvítserkur ma purtroppo il vento fortissimo non regala condizioni fantastiche per poter fotografare la formazione rocciosa. È comunque un posto affascinante e la ammiriamo; riusciamo a vedere anche un paio di foche che nuotano a una decina di metri dalla riva.

Arrivati a Siglufjörður lasciamo le cose in camera e andiamo alla piscina comunale. Li ci aspettano i locals per un trattamento termale un pò spartano ma comunque carataristico (Cit).  Jacuzzi, pozza d’acqua ghiacciata e sauna, tutto rigorosamente all’esterno. Nella sauna, lasciato solo dal resto del gruppo, faccio due parole con un tizio lituano che viveva a Siglufjörður per lavoro. Gli dico che siamo li per l’aurora boreale, che avevo visto su un app che forse quella era la sera buona. Lui risponde categorico “No chance tonight, no chance. Next week maybe”.
Torniamo in hotel un pò sconsolati e scopriamo che essendo giornata di chiusura non c’era un ristorante aperto in tutta Siglufjörður. Ci facciamo quindi qualche chilometro per raggiungere un paesino li vicino dove mangeremo l’unica pizza della vacanza, sottolineo, per fortuna, l’unica. Al ritorno verso l’hotel vediamo un’apertura nel cielo in lontananza. Proseguiamo dritti. Superiamo una galleria che aveva un portone di ingresso in ferro, lavorato a mò di scudo di supereroi e arriviamo in un parcheggio sul promontorio che dava sul mare.

Io: “Ehi, ma quella potrebbe essere l’aurora!”
Marco: “Aspetta, provo a fare una foto.. cazzo si, è verde, è l’aurora!!!!”
Rachele: “Ma come, è davvero questa l’aurora? Sembra una nuvola”
Io: “Eh si purtroppo è debole, fidatevi che è molto più spettacolare quando è alta l’intensità”

Usciamo dall’auto e iniziamo a fare qualche fotografia. Il vento è fortissimo, ci sposta ed è difficile non cadere. Io inoltre ho dei problemi col treppiede, accendo la torcia frontale e mi accorgo che ho perso una sezione di una gamba del treppiede, per fortuna la ritrovo in auto. La rimonto ed esco nuovamente, l’intensità dell’aurora è aumentata e ora si riesce a vedere chiaramente ad occhio nudo. Faccio una foto al volo (quella che vedete qui sotto) e poi mi presto come modello per Rachele. Vado verso di lei e una folata di vento la sposta e la fa andare verso il limite del promontorio. Riesco ad afferrarla e rimaniamo fermi finché non si calma un pò il vento, poi la spingo letteralmente dentro la portiera dell’auto; avevo il cuore a mille per lo spavento.

 

Ci godiamo il resto dell’aurora in auto ma poco dopo le nuvole riempiono ancora il cielo. Fine dello spettacolo.

Non sarà stata la miglior aurora che l’Islanda abbia mai visto, non avremo fatto la foto della vita, però l’abbiamo vista. Era l’ultima notte del viaggio e non ci speravamo più ma il cielo ci ha voluto fare questo piccolo regalo.

 

La mattina dopo ripartiamo in direzione Reykjavik, l’ultima lunga tratta del nostro viaggio. Tra una nevicata e l’altra arriviamo prima di cena. Tempo di fare un giro per la piccola capitale ceniamo in un ristorantino (link) molto carino che fa pesce e che vi consiglio.

Marco e Federica davanti alla statua Sólfar, la nave del sole.

Partiamo dopo cena per Keflavik, sede dell’aeroporto, dove abbiamo prenotato un piccolo b&b per la notte. Era l’opzione migliore siccome avevamo l’aereo per il rientro alle 7.30 del mattino dopo.

Il viaggio è volto al termine. 
E’ la terza volta che vengo in Islanda e anche questa volta ho visto qualcosa di completamente diverso dalla volta precedente. La zona dei fiordi dell’Ovest è, complice anche il periodo cha abbiamo scelto, molto meno turistica. Forse ho contato 4/5 turisti in un paio di ristoranti in cui siamo stati e basta. In aeroporto invece c’era il mondo, non era di certo solo Novembre quindi. 

In sostanza ho visto un’Islanda estremamente selvaggia e autentica senza sentirmi a Riccione come mi era capitato a volte in alcuni dei punti più famosi dell’isola (es. Geysir e cascate famose). Non voglio far passare il messaggio che con le gomme chiodate e un 4×4 sia uno scherzo: guidare sul ghiaccio e sulla neve tutto il giorno non è una passeggiata. Bisogna sempre stare molto concentrati, dosare bene accelerazioni e frenate, mantenere una distanza di sicurezza adeguata. Comunque, a meno che non troviate condizioni davvero proibitive è fattibile, non dovreste lasciarvi scoraggiare dal provare. 
Questo periodo è anche tra i più economici dell’anno. Considerate che l’auto l’abbiamo pagata sui 450€ (con due guidatori aggiuntivi) per 5 giorni. Essendo pure 4×4 con cambio automatico è un prezzo di tutto rispetto per gli standard nordeuropei.
Il lato negativo è che troverete molti hotel e ristoranti chiusi per ferie quindi dovrete adattarvi a quel che rimane.
Come giorni consigliati dipende ovviamente per cosa siete li a fare. 
Se come noi volete andare a fotografare allora vi consiglierei di fare qualche giorno in più rispetto a quello che abbiamo fatto noi. 
Gran parte delle foto che avete visto qui le ho scattate durante una sosta a bordo strada o addirittura dal sedile del passeggero mentre Marco guidava. La prima volta in Islanda ero da solo e passavo anche 3 giorni nello stesso posto per poter aspettare le giuste condizioni atmosferiche per le fotografie. Se invece delle foto vi importa poco e volete solamente visitare questi piccoli paesini portuali allora potete considerare dai 3 ai 5 giorni. Merita una visita anche Patreksfjörður, che avevo visto la scorsa volta ma non questa.

Abbiamo visto anche qualche foca lungo il tragitto ma sfortunatamente ci siamo persi le balene nei fiordi dopo Ísafjörður, che a quanto pare è possibile vedere con un pò di fortuna.

In futuro mi piacerebbe fare qualche pezzo interno, magari in tenda, chissà.
Per ora ho aggiunto un altro tassello al Paese più incredibile che abbia mai visto, un laboratorio a cielo aperto della geologia e della meteorologia.


Alla prossima,

Daniele

Link utili

Sicurezza e condizioni strade: road.is

Previsioni aurora boreale: en.vedur.is/weather/forecasts/aurora/

Info covid e pre-registrazione per entrare in islanda: covid.is/english

Pozze d’acqua calda gratuite e a pagamento: cercare app “Hot pot Iceland”, sia Android che Apple

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